Le parole non sono innocenti
Quando il linguaggio smette di descrivere la realtà e comincia a costruirla
Le parole servono a descrivere la realtà.
Il problema comincia quando pretendiamo che sia la realtà ad adattarsi alle parole.
Ed è esattamente qui che il dibattito contemporaneo su termini come
femminicidio, patriarcato,
maschilismo, violenza e
discriminazione di
venta molto più interessante della solita contrapposizione ideologica.
Perché le parole hanno una storia.
Hanno un significato.
E soprattutto hanno una funzione.
Femminicidio: una parola molto più antica di quanto sembri
Partiamo da un fatto curioso.
La parola femminicidio non è nata ieri.
In italiano è documentata già nel 1888. L'inglese femicide compare nell'Ottocento e una forma francese analoga è attestata addirittura diversi secoli prima.
Piccolo particolare:
quel termine inizialmente indicava essenzialmente l'uccisione di una donna.
Il significato politico, sociologico e culturale con cui utilizziamo oggi la parola viene sviluppato molto più tardi, soprattutto a partire dagli anni Settanta del Novecento, nell'ambito del pensiero femminista e successivamente anche attraverso l'elaborazione latinoamericana del concetto di feminicidio.
Quindi distinguiamo almeno la storia dalle favole:
- la parola è antica;
- la moderna cornice sociologica e politica è molto più recente.
E non c'è nulla di scandaloso.
Le lingue cambiano.
Il problema comincia quando una parola non viene più utilizzata per distinguere un fenomeno, ma per interpretarlo preventivamente.
Il problema delle definizioni: quando una categoria diventa una cornice
Nel dibattito pubblico capita spesso di leggere che il femminicidio sarebbe semplicemente l'uccisione di una donna da parte del partner, dell'ex partner o di un familiare.
La realtà metodologica è più complessa.
Il framework statistico sviluppato da UNODC e UN Women parla infatti di gender-related killings of women and girls, cioè di uccisioni di donne e ragazze legate al genere.
Partner, ex partner e familiari costituiscono certamente una parte fondamentale del fenomeno, ma possono essere considerate anche altre situazioni quando esistano indicatori che permettono di individuare una motivazione connessa al genere.
Sembra un dettaglio.
Non lo è.
Perché se vogliamo discutere dell'importanza delle parole, sarebbe opportuno cominciare proprio dalla precisione delle definizioni.
Patriarcato e maschilismo non sono sinonimi
Poi arriva il patriarcato.
Una parola straordinariamente fortunata perché, nel dibattito contemporaneo, possiede ormai il raro privilegio di riuscire a spiegare praticamente qualsiasi cosa.
Storicamente, tuttavia, il patriarcato indica una forma di organizzazione familiare e sociale fondata sulla prevalenza dell'autorità paterna o maschile.
Il maschilismo, invece, indica la convinzione della superiorità dell'uomo sulla donna e gli atteggiamenti che possono derivarne.
Patriarcato e maschilismo possono essere collegati, ma non sono concetti equivalenti.
Il patriarcato descrive originariamente una struttura di autorità.
Il maschilismo descrive invece una concezione di superiorità.
E soprattutto, dal punto di vista storico ed etimologico, patriarcato non significa semplicemente:
“Gli uomini odiano le donne e vogliono renderle schiave”.
Il patriarca era il capo della famiglia o della stirpe e la sua autorità si estendeva non soltanto sulle donne, ma anche sui figli, sui nipoti e sugli altri membri del gruppo familiare.
Successivamente il termine è stato ampliato attraverso differenti interpretazioni sociologiche e politiche fino a indicare, in molte teorie contemporanee, sistemi più generali di dominio maschile.
Legittimo.
Ma allora bisognerebbe avere l'onestà intellettuale di distinguere:
- il significato storico della parola;
- la sua evoluzione sociologica;
- il suo uso politico e militante contemporaneo.
Quando queste tre cose vengono fuse insieme, la complessità scompare.
E nasce lo slogan.
Uno slogan possiede un vantaggio straordinario:
non richiede troppo tempo per pensare.
Maschilismo, femminismo e un piccolo paradosso linguistico
C'è poi un dettaglio linguisticamente interessante.
Secondo Treccani, il termine maschilismo è stato formato sul modello di femminismo.
Questo, naturalmente, non significa che femminismo voglia dire “maschilismo al femminile”.
Storicamente il femminismo nasce come movimento di emancipazione, rivendicazione politica e riconoscimento dei diritti delle donne.
Se cercassimo invece il contrario strutturale della parola patriarcato, il termine semanticamente più coerente sarebbe matriarcato.
Le parole, in fondo, sono creature piuttosto ostinate.
Prima di arruolarle nella propria guerra culturale bisognerebbe almeno chiedere loro che cosa significano.
Dal “raptus” al “quadro psicopatologico specifico”
C'è poi il terreno della psicologia.
Nel dibattito sul femminicidio ricorre spesso la tendenza a cercare una spiegazione psicologica unica, quasi una categoria clinica capace di spiegare automaticamente il comportamento dell'autore.
Per anni abbiamo avuto il famigerato:
“raptus”.
Una parola comoda, giornalisticamente perfetta, capace di trasformare una storia complessa in un improvviso cortocircuito della mente.
Oggi rischiamo qualche volta di sostituirla con formule apparentemente più scientifiche, come:
“quadro psicopatologico specifico”.
Ma la letteratura scientifica è molto più prudente.
Le revisioni disponibili non permettono di ricondurre genericamente il femminicidio a una singola patologia mentale.
Esistono invece fattori di rischio studiati e documentati, tra cui:
- precedenti episodi di violenza;
- comportamenti di controllo;
- minacce;
- stalking;
- separazioni conflittuali;
- precedenti minacce con armi;
- disponibilità di armi.
E allora la domanda diventa inevitabile:
perché sostituire una semplificazione con un'altra?
Prima avevamo il raptus.
Ora rischiamo di avere il quadro psicopatologico specifico.
Cambiamo parola.
Conserviamo il vizio.
Le parole non sono innocenti
Ed eccoci finalmente al punto.
LE PAROLE NON SONO INNOCENTI.
La psicologia della comunicazione conosce bene il concetto di framing.
La cornice linguistica attraverso la quale presentiamo un fenomeno può modificarne la percezione.
Lo stesso comportamento, descritto con termini differenti, può produrre valutazioni morali differenti.
La comunicazione politica conosce altrettanto bene la capacità del linguaggio di trasformare fenomeni complessi in opposizioni semplicissime:
- noi / loro
- vittime / carnefici
- buoni / cattivi
Questo non significa immaginare qualcuno riunito di notte in una stanza a progettare parole con cui dividere deliberatamente la società.
Sarebbe persino troppo semplice.
Significa qualcosa di più sottile:
chi riesce a imporre il vocabolario spesso riesce anche a imporre la cornice attraverso cui verrà interpretato il problema.
Quando tutto diventa tutto
Ed è qui che il linguaggio contemporaneo mostra uno dei suoi problemi più evidenti.
Tutto diventa patriarcato.
Tutto diventa narcisismo.
Tutto diventa violenza.
Tutto diventa odio.
Tutto diventa discriminazione.
Tutto diventa fascismo.
Ma quando una parola significa tutto...
comincia lentamente a non significare più niente.
La psicologia sociale ha studiato anche questo fenomeno attraverso il concetto di concept creep: l'espansione progressiva di determinate categorie oltre i loro confini originari.
L'ampliamento di una categoria non è necessariamente sbagliato.
Può servire a riconoscere fenomeni che prima non vedevamo.
Ma quando l'espansione diventa indiscriminata, la parola rischia di perdere capacità discriminante.
Ed emerge un paradosso quasi perfetto:
inventiamo parole per distinguere meglio la realtà e poi le utilizziamo così indiscriminatamente da renderla nuovamente indistinguibile.
Distinguere non significa minimizzare
Una donna uccisa durante una rapina è vittima di un omicidio.
Una donna uccisa perché considerata proprietà da controllare, perché rifiuta una relazione, perché esercita la propria autodeterminazione o perché viene punita in quanto donna può invece rientrare nella categoria del femminicidio.
La distinzione non diminuisce la gravità della prima morte.
Rende più precisa la seconda.
Ed è proprio questa la ragione per cui dovremmo difendere le parole dall'abuso ideologico anziché abolirle.
Una categoria precisa aiuta a comprendere.
Una categoria utilizzata indiscriminatamente serve soprattutto a classificare.
E classificare non significa necessariamente capire.
La lente attraverso cui guardiamo il mondo
Il giorno in cui le parole non descrivono più ciò che accade, ma iniziano a dirci preventivamente come dobbiamo interpretarlo, il linguaggio cambia funzione.
Non è più soltanto uno strumento per raccontare la realtà.
Diventa una lente.
E una lente può essere straordinariamente utile.
Può mettere a fuoco qualcosa che prima non riuscivamo a vedere.
Ma può anche deformare.
E una realtà deformata da una parola rimane deformata anche quando quella parola nasce con le migliori intenzioni.
Per questo le parole meritano rispetto.
Non perché siano sacre.
Ma perché possiedono una caratteristica che spesso dimentichiamo:
prima descrivono il nostro modo di vedere il mondo.
Poi, lentamente, cominciano a costruirlo.
E tutto dipende da chi tiene in mano la lente.
Fonti e approfondimenti
- Accademia della Crusca – approfondimento storico e linguistico sull'origine e sull'evoluzione della parola “femminicidio”.
- UNODC / UN Women – Statistical Framework for Measuring the Gender-related Killing of Women and Girls.
- ISTAT – metodologia italiana per l'identificazione statistica dei femminicidi e degli omicidi di donne.
- Treccani – voci “Patriarcato”, “Maschilismo”, “Femminismo” e “Matriarcato”.
- Letteratura scientifica internazionale – studi sui fattori di rischio negli omicidi del partner e sul rapporto tra disturbi mentali e femminicidio.
- Letteratura di psicologia sociale – studi sul framing linguistico e sul fenomeno del concept creep.
Nota: distinguere il significato storico, statistico, sociologico e giuridico dei termini non significa negare o minimizzare i fenomeni ai quali essi fanno riferimento. Significa, al contrario, pretendere che categorie utilizzate per descrivere realtà complesse conservino sufficiente precisione da poter essere realmente utili.
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