Intelligenza artificiale: il problema è davvero di chi la usa o di chi la critica?
C’è una cosa che mi diverte parecchio nel dibattito sull’intelligenza artificiale.
Quelli che oggi dicono:
“Eh, ma questo testo è stato scritto con ChatGPT…”
lo dicono quasi sempre con quella soddisfazione di chi pensa di aver scoperto una truffa.
Come se usare uno strumento nuovo significasse automaticamente avere meno idee, meno cultura, meno capacità di pensare.
Eppure la storia dell’uomo è piena di questa roba.
Quando compare qualcosa che modifica il modo con cui produciamo, ricordiamo, scriviamo, lavoriamo o comunichiamo, una parte della società reagisce quasi sempre nello stesso modo:
prima diffida,
poi deride,
poi condanna,
poi lentamente comincia ad usarla.
E alla fine dimentica persino di averla osteggiata.
Quando perfino la scrittura faceva paura
La cosa curiosa è che una delle critiche più antiche alla tecnologia riguarda proprio la scrittura.
Nel Fedro di Platone compare il celebre mito di Theuth: la scrittura viene presentata come qualcosa che potrebbe indebolire la memoria, perché gli uomini avrebbero iniziato ad affidarsi ai segni esterni invece che ricordare attraverso se stessi.
In sostanza, migliaia di anni fa qualcuno avrebbe potuto guardare uno che prendeva appunti e pensare:
“Eh certo… così è facile. Scrivilo, invece di ricordartelo.”
Oggi ci farebbe sorridere.
Anche perché quella critica alla scrittura ci è arrivata… scritta.
Ed è già un meraviglioso paradosso.
Poi arrivò la stampa
Anche lì cambia tutto.
Il sapere può circolare molto più rapidamente, il libro smette lentamente di essere un oggetto raro, le idee possono raggiungere persone che prima avrebbero avuto molte più difficoltà ad accedervi.
E ogni aumento della capacità di produrre informazione porta con sé la stessa paura:
troppa informazione,
troppi libri,
troppa gente che parla,
troppa gente che legge.
Una dinamica che abbiamo visto poi con la macchina da scrivere, la fotocopiatrice, la calcolatrice, il computer e infine Internet.
I luddisti e la paura della macchina
Poi arriviamo alla rivoluzione industriale.
Ed ecco i famosi luddisti.
Qui bisogna essere precisi, perché dipingerli semplicemente come persone ignoranti contrarie alle macchine sarebbe storicamente scorretto.
Molti erano artigiani tessili specializzati e vedevano alcune nuove macchine introdotte nella produzione come una minaccia reale al proprio salario, al proprio mestiere e al proprio potere contrattuale.
Avevano quindi ragioni economiche concrete.
Ma la dinamica umana rimane interessante:
Quando una tecnologia cambia improvvisamente il valore di una competenza, chi possiede quella competenza tende naturalmente a difenderla.
E spesso anche a guardare con sospetto chi comincia a utilizzare il nuovo strumento.
Ed eccoci all’intelligenza artificiale
Per anni abbiamo attribuito valore a certe capacità:
- saper scrivere bene;
- saper sintetizzare;
- saper cercare informazioni;
- saper costruire una presentazione;
- saper tradurre;
- saper programmare;
- saper elaborare velocemente un testo.
Poi arriva uno strumento che permette ad una persona di moltiplicare alcune di queste capacità.
E improvvisamente nasce il tribunale morale.
“Ma l’hai scritto tu?”
Domanda interessante.
Ma cosa significa esattamente tu?
Se scrivo su Word con il correttore automatico, l’ho scritto io?
Se uso un dizionario, l’ho scritto io?
Se cerco una fonte su Google, il pensiero è ancora mio?
Se un editor corregge il mio libro, il libro smette di essere mio?
Se un fotografo usa Photoshop, la fotografia diventa di Photoshop?
Se un architetto usa un software CAD, dobbiamo sospettare che l’edificio sia stato progettato dal computer?
Lo strumento e il pensiero
Il punto, secondo me, è terribilmente semplice.
Uno strumento non sostituisce necessariamente chi lo utilizza.
Puoi chiedere ad una AI:
“Scrivimi qualcosa sulla felicità.”
Copiare, incollare, pubblicare.
Ed avrai probabilmente prodotto un testo formalmente dignitoso e intellettualmente inutile.
Ma puoi anche partire da un pensiero tuo, discuterlo con un modello, contestarlo, farti mostrare una contraddizione, cercare fonti, cambiare tono, togliere banalità, aggiungere esempi, riscrivere dieci volte e arrivare ad un testo che senza quello strumento non avresti costruito allo stesso modo.
E allora?
Dov’è esattamente lo scandalo?
Abbiamo sempre pensato attraverso strumenti
Forse abbiamo ancora questa idea romantica secondo cui il pensiero autentico dovrebbe uscire puro dalla testa dell’autore e finire direttamente sul foglio.
Peccato che gli esseri umani non abbiano mai funzionato così.
Abbiamo sempre pensato attraverso strumenti.
Prima la memoria orale.
Poi la scrittura.
Poi i libri.
Poi le biblioteche.
Poi la stampa.
Poi la macchina da scrivere.
La calcolatrice.
Il computer.
Internet.
Google.
E oggi i modelli linguistici.
Ogni volta spostiamo un pezzo del lavoro fuori dalla nostra testa.
E ogni volta qualcuno annuncia che diventeremo più stupidi.
Può anche succedere, attenzione.
Se deleghiamo tutto, probabilmente sì.
Ma questo non è un problema dell’AI.
È un problema dell’essere umano che decide di non pensare più.
Una biblioteca può renderti colto oppure permetterti semplicemente di fotografare la copertina di un libro e pubblicarla sui social.
La colpa difficilmente sarà della biblioteca.
Forse stiamo facendo la domanda sbagliata
Dovremmo iniziare a giudicare meno con quale strumento è stato prodotto un testo e molto di più cosa contiene quel testo.
Ha un pensiero?
Ha un punto di vista?
Ci sono fonti?
Ci sono idee?
C’è qualcosa che vale la pena discutere?
Oppure è soltanto una bella confezione di parole?
Perché un essere umano può produrre quantità industriali di banalità anche senza intelligenza artificiale.
Lo abbiamo dimostrato egregiamente per qualche millennio.
E forse la parte più divertente arriverà tra qualche anno.
Quando molti di quelli che oggi ridacchiano:
“Ahahah… usa ChatGPT”
useranno quotidianamente sistemi di intelligenza artificiale incorporati nel telefono, nelle automobili, nei programmi di lavoro, nei motori di ricerca, nelle mail e nei software…
magari senza nemmeno accorgersene.
E probabilmente continueranno a spiegare agli altri quanto sia importante fare tutto “come una volta”.
È quasi sempre così.
Il futuro inizialmente viene deriso.
Poi diventa comodo.
Infine diventa talmente normale che nessuno ricorda più di aver avuto paura.
La vera domanda quindi non è:
“Hai usato l’intelligenza artificiale?”
La domanda interessante è:
“Tu, mentre la usavi, hai continuato a pensare?”
E secondo me è tutta qui la differenza.
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