LA GRANDE ILLUSIONE: LA MOLTITUDINE DI FALSI PROFETI
CERCARE LONTANO CIÒ CHE ABBIAMO SMESSO DI CERCARE DENTRO
Abbiamo mai avuto così tanti maestri?
Coach spirituali. Counselor. Facilitatori. Esperti dell’energia. Interpreti dell’invisibile. Conoscitori degli archetipi, delle ferite ancestrali, del karma, dei chakra, delle vite precedenti e naturalmente dell’immancabile “percorso”.
Percorso verso cosa, poi, non è sempre chiarissimo.
Ma intanto si paga.
E più guardo questa società, più mi viene un dubbio:
forse non abbiamo mai avuto così tanti maestri perché non abbiamo mai avuto così poca fede.
E attenzione.
Non sto parlando di chi studia seriamente psicologia, filosofia, religioni, antropologia o discipline contemplative.
Sto parlando di un fenomeno molto più divertente, e forse molto più tragico.
Quello per cui bastano quattro verità sufficientemente universali, pronunciate nel momento storico giusto, una buona capacità di parlare e un pubblico affamato di significato...
...ed ecco nato il nuovo santone.
Un po’ come certi oroscopi.
Non dicono praticamente un cazzo, però alla fine ognuno riesce miracolosamente a trovarci dentro la propria vita.
“Devi lasciare andare.”
Cazzo, geniale.
“Hai delle ferite che vengono dal passato.”
Statisticamente, direi che possiamo rischiarcela.
“Devi imparare ad amare prima te stesso.”
Standing ovation.
E così, quattro verità che appartengono all’esperienza umana da migliaia di anni vengono impacchettate, rinominate, inserite in una brochure elegante e rivendute come se qualcuno avesse appena scoperto l’anima.
L’OCCIDENTALE CHE PARTE PER CERCARE SE STESSO
Ed eccoci al capolavoro.
L’occidentale che deve partire per trovare se stesso.
India.
Tibet.
Ashram.
Ritiri.
Mantra.
Campane tibetane.
Maestri.
Iniziazioni.
Possibilmente dopo dodici ore di aereo e qualche migliaio di euro speso affinché qualcuno finalmente gli riveli che...
i beni materiali non danno la felicità.
Bisogna ammetterlo.
Come costruzione comica è quasi perfetta.
Spendere una fortuna per imparare che il denaro non conta.
E sia chiaro: il problema non è Buddha.
Il povero Buddha non ha alcuna responsabilità se, circa duemilacinquecento anni dopo, una parte dell’Occidente ha trasformato una tradizione filosofica e spirituale enorme in una specie di arredamento esotico dell’anima.
Il problema siamo noi.
Noi che abbiamo cominciato a pensare che una verità diventi più profonda quando viene pronunciata in sanscrito.
Come se il silenzio fosse più silenzioso sull’Himalaya.
Come se l’interiorità migliorasse cambiando fuso orario.
Come se Dio, evidentemente, avesse problemi di copertura in Europa.
LE CHIAVI SONO DENTRO CASA
C’è una vecchia immagine che racconta perfettamente quello che stiamo facendo.
Un uomo cerca disperatamente le proprie chiavi sotto un lampione.
Arriva qualcuno e gli domanda:
“Sei sicuro di averle perse qui?”
E lui risponde:
“No. Le ho perse dentro casa.”
“E allora perché le cerchi qui?”
“Perché qui c’è più luce.”
Eccoci.
Noi siamo quell’uomo.
Abbiamo perduto qualcosa dentro e continuiamo a cercarlo fuori perché fuori ci sono più luci.
Ci sono più parole.
Più corsi.
Più tecniche.
Più maestri.
Più promesse.
Più fotografie da mettere su Instagram.
Continuiamo a cercare.
Troviamo un maestro.
Poi troviamo qualcuno che ci spiega perché quel maestro non era abbastanza evoluto.
Poi arriva un’altra tecnica.
Poi un altro livello.
Poi un’altra iniziazione.
Poi un altro seminario.
Le chiavi, nel frattempo, sono ancora dentro casa.
FORSE CI HANNO INSEGNATO DIO NEL MODO SBAGLIATO
E qui però dobbiamo avere il coraggio di rivolgere una critica anche alla nostra cultura.
Forse siamo andati a cercare Dio altrove anche perché ci hanno insegnato male a cercarlo qui.
Ci hanno presentato troppo spesso Dio come qualcosa che stava soltanto lassù.
Lontano.
Un giudice.
Un controllore.
Qualcuno che tiene il conto.
Hai fatto questo.
Non hai fatto quello.
Hai peccato.
Devi chiedere perdono.
E alla fine molte persone non hanno necessariamente rifiutato Dio.
Hanno rifiutato quella rappresentazione di Dio.
Ma il bisogno del Divino è rimasto.
Il bisogno di significato è rimasto.
Il bisogno di sentirsi parte di qualcosa di più grande è rimasto.
E allora abbiamo ricominciato a cercare.
Solo molto più lontano.
POI RILEGGI UNA FRASE E TI ACCORGI CHE ERA GIÀ TUTTO LÌ
San Paolo scrive:
«Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?»
1 Corinzi 3,16
Fermatevi un secondo.
ABITA IN VOI.
Non significa che noi siamo Dio.
Non significa che ogni pensiero che ci passa per la testa sia Verità.
Significa qualcosa di molto più interessante.
L’interiorità può diventare il luogo dell’incontro con il Divino.
E allora improvvisamente il viaggio cambia direzione.
Non più fuori.
Dentro.
E POI C’È QUELLA PREGHIERA CHE CONOSCIAMO TALMENTE BENE DA NON ASCOLTARLA PIÙ
Due parole.
PADRE NOSTRO.
Fermiamoci già qui.
Padre.
Nostro.
C’è una relazione.
C’è un interlocutore.
C’è appartenenza.
C’è qualcosa che esce dall’io e contemporaneamente entra nella parte più profonda dell’io.
E sapete qual è la cosa curiosa?
Persino le neuroscienze hanno cominciato a interessarsi seriamente a quello che accade nel cervello quando una persona prega.
E qui bisogna evitare le cazzate.
La scienza non ha scoperto il punto di Dio.
Non esiste una fantomatica “corteccia cerebrale dell’illuminazione”.
E nessuna risonanza magnetica ha dimostrato l’esistenza di Dio.
Ma quello che alcuni studi hanno osservato è comunque molto interessante.
COSA HA VISTO DAVVERO LA NEUROSCIENZA
Nel 2009 un gruppo di ricercatori guidato da Uffe Schjødt utilizzò la risonanza magnetica funzionale, la famosa fMRI, per osservare il cervello di cristiani danesi durante diverse forme di preghiera.
Tra le condizioni sperimentali c’era anche la recitazione del Padre Nostro.
Il Padre Nostro, essendo una preghiera formalizzata e conosciuta a memoria, venne confrontato con la recitazione di una filastrocca.
Qui arriva la prima cosa importante.
Lo studio non dimostrò che il Padre Nostro possiedesse una speciale capacità di “accendere” la corteccia prefrontale rispetto alla filastrocca.
Scriverlo sarebbe falso.
Ma successe qualcosa di ancora più interessante quando i credenti pregavano Dio in maniera personale e spontanea.
I ricercatori osservarono una maggiore risposta in regioni comprendenti:
- la corteccia prefrontale mediale;
- la giunzione temporo-parietale;
- il precuneo;
- la regione temporopolare.
Perché è interessante?
Perché quelle regioni partecipano anche a processi che utilizziamo nelle relazioni sociali: comprendere intenzioni, rappresentare la mente dell’altro, pensare a un interlocutore.
E infatti gli autori arrivarono a una conclusione affascinante.
Per quei credenti, la preghiera personale sembrava coinvolgere circuiti della cognizione sociale utilizzati normalmente nell’interazione con altre persone.
Tradotto dal neuroscientifico all’italiano:
per il cervello di quelle persone, pregare Dio non assomigliava semplicemente a ripetere parole nel vuoto.
Assomigliava a una relazione.
E improvvisamente quelle prime due parole acquistano ancora più fascino:
Padre Nostro.
NON È FINITA QUI
Nel 2025 è stata pubblicata anche una meta-analisi che ha riunito i risultati di 11 studi di neuroimaging dedicati a comportamenti religiosi cristiani, tra cui preghiera e recitazione biblica.
I ricercatori hanno rilevato una convergenza soprattutto nel giro frontale medio e superiore destro, regioni associate, secondo le analisi utilizzate dagli autori, a memoria di lavoro, compiti cognitivi e funzioni esecutive.
Gli autori concludono che regioni frontali e limbiche risultano rilevanti nell’elaborazione cerebrale di comportamenti religiosi cristiani.
Anche qui:
non significa che pregare renda automaticamente più intelligenti.
Non significa che il cristianesimo sia stato “dimostrato” dalla neurologia.
Significa semplicemente che ciò che chiamiamo esperienza religiosa possiede correlati neurobiologici osservabili e complessi.
PREGARE COME RELAZIONE
Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 ha analizzato addirittura 44 studi riguardanti preghiera cristiana e sistemi cerebrali legati all’attaccamento.
Gli autori hanno trovato una convergenza tra la preghiera e reti coinvolte nella cognizione sociale, nella cosiddetta Theory of Mind e nella Default Mode Network.
Detto in maniera semplice:
quando preghiamo possono entrare in gioco alcuni degli stessi grandi sistemi attraverso i quali pensiamo alle relazioni, agli altri e alla nostra esperienza interiore.
Ancora una volta torna quella parola.
RELAZIONE.
E IL PADRE NOSTRO?
C’è persino uno studio EEG pubblicato sul Journal of Religion and Health che ha osservato l’attività cerebrale durante la recitazione silenziosa del Lord’s Prayer, cioè il Padre Nostro.
Interessante?
Sì.
Una prova definitiva?
Assolutamente no.
Era un case study.
Una sola persona.
E questo va detto, perché altrimenti facciamo esattamente ciò che stiamo criticando: prendiamo una piccola evidenza e la trasformiamo in una Verità assoluta buona per vendere una storia.
La scienza seria funziona al contrario.
Più sa, più conosce i propri limiti.
E ALLORA A COSA SERVE TUTTO QUESTO?
A una cosa semplicissima.
A ricordarci che la preghiera non è necessariamente quella robetta da vecchie zie che una certa modernità occidentale ha imparato a guardare con sufficienza.
È una delle pratiche contemplative più antiche della nostra civiltà.
E mentre siamo diventati bravissimi a parlare di meditazione, consapevolezza, energia, presenza, connessione e interiorità...
...abbiamo quasi provato vergogna delle parole che appartenevano alla nostra casa.
Preghiera.
Fede.
Dio.
Silenzio.
Grazia.
Le abbiamo considerate vecchie.
Poi abbiamo comprato concetti molto simili quando sono tornati da qualche migliaio di chilometri più lontano con un nome diverso.
È straordinario.
Siamo capaci di disprezzare il silenzio di un monastero perché ci sembra antiquato e poi pagare un weekend per fare silent retreat.
Se lo chiami raccoglimento sembra roba da nonna.
Se lo chiami mindfulness retreat, improvvisamente costa 780 euro.
IL PROBLEMA NON È L’ORIENTE
Vorrei essere chiarissimo.
Studiate Buddha.
Leggete il Tao.
Andate in India.
Conoscete culture lontane.
Meditate.
Confrontatevi.
L’incontro tra civiltà è una delle cose più straordinarie che possano capitare a un essere umano.
Ma non confondiamo la conoscenza dell’altro con la fuga da noi stessi.
Perché puoi prendere anche cento aerei.
Puoi cambiare continente.
Puoi cambiare maestro.
Puoi cambiare mantra.
Puoi cambiare nome spirituale.
Ma quando finalmente chiudi la porta della camera e rimani da solo...
sei ancora lì.
IL MAESTRO DOVREBBE DIVENTARE INUTILE
Un vero maestro può indicare.
Uno psicologo può aiutare.
Un filosofo può aprire domande gigantesche.
Un sacerdote può accompagnare.
Un viaggio può sconvolgere la vita.
Ma nessuno può attraversare la tua interiorità al posto tuo.
E soprattutto nessuno dovrebbe diventare il proprietario della tua interiorità.
Perché se ogni volta che soffri hai bisogno che qualcuno interpreti la tua ferita...
se ogni dubbio necessita del guru...
se ogni crisi richiede il prossimo seminario...
se ogni scelta ha bisogno di qualcuno che ti dica quale “energia” stai vivendo...
forse non sei diventato più libero.
Hai soltanto cambiato dipendenza.
E QUI ARRIVA IL PROBLEMA PIÙ GRANDE PER IL MERCATO DELLA SPIRITUALITÀ
La fede.
Perché la fede non è un protocollo.
Non è un certificato.
Non è un livello.
Non è un weekend.
Non è una qualifica che puoi mettere sotto il nome su Instagram.
La fede è un dono.
E un dono presenta un problema commerciale gigantesco:
NON SI VENDE.
Puoi vendere un libro.
Puoi vendere un seminario.
Puoi vendere una consulenza.
Puoi vendere un viaggio.
Puoi vendere un tappetino.
Puoi vendere un metodo per “ritrovare te stesso”.
Ma non puoi vendere la fede.
FORSE È QUESTA LA GRANDE ILLUSIONE
Abbiamo pensato che perdere la fede significasse smettere di credere.
Forse non è successo questo.
Forse è successo qualcosa di molto più pericoloso.
ABBIAMO SMESSO DI CREDERE E ABBIAMO COMINCIATO A CREDERE A TUTTO.
All’ultimo maestro.
All’ultima teoria.
All’ultima energia.
All’ultimo percorso.
All’ultima persona sufficientemente carismatica da dirci chi siamo.
E così una società che pensava di essersi liberata dai vecchi dogmi rischia di diventare terreno fertilissimo per i nuovi profeti.
Forse allora non dobbiamo andare più lontano.
Dobbiamo andare più in profondità.
Non verso Oriente.
Non verso Occidente.
Verso quell’interiorità nella quale nessun guru può entrare al posto nostro.
E forse, prima di prendere l’ennesimo aereo per cercare qualcosa di assoluto dall’altra parte del mondo, possiamo provare a sederci.
Stare zitti.
Chiudere gli occhi.
E pronunciare lentamente due parole che forse abbiamo ripetuto migliaia di volte senza comprenderle davvero:
PADRE NOSTRO.
Non perché la risonanza magnetica abbia dimostrato Dio.
Non lo ha fatto.
Ma perché quelle parole riportano la questione nel luogo dal quale forse non avrebbe mai dovuto essere allontanata.
La relazione.
La fede.
L’interiorità.
Il Mistero.
Forse Dio non era troppo lontano.
Forse eravamo semplicemente noi a cercare sotto il lampione sbagliato.
FONTI SCIENTIFICHE
1. Schjødt U., Stødkilde-Jørgensen H., Geertz A.W., Roepstorff A. (2009).
Highly religious participants recruit areas of social cognition in personal prayer.
Social Cognitive and Affective Neuroscience, 4(2), 199–207.
PMID: 19246473 — DOI: 10.1093/scan/nsn050.
PubMed: link diretto alla scheda PubMed riportato sotto l’articolo.
2. Yeung A.W.K., Wong N.S.M., Tsui I.S.Y., Lee T.C.P. (2025).
Neural correlates of religious behavior related to Christianity: an ALE meta-analysis.
Frontiers in Psychology, 16:1557796.
Meta-analisi di 11 studi di neuroimaging.
PMID: 40124758 — DOI: 10.3389/fpsyg.2025.1557796.
PubMed: link diretto alla scheda PubMed riportato sotto l’articolo.
3. Haverkamp E. et al. (2025).
The convergent neuroscience of Christian prayer and attachment relationships in the context of mental health: a systematic review.
Frontiers in Psychology, 16:1569514.
Revisione sistematica comprendente 44 lavori su preghiera e sistemi neurali dell’attaccamento.
PMID: 40606892 — DOI: 10.3389/fpsyg.2025.1569514.
PubMed: link diretto alla scheda PubMed riportato sotto l’articolo.
4. Sovilj M. et al. (2019).
Neurophysiological Approach to Examining Knowledge/Belief in the Prayer of an Untrained Person: A Case Study.
Journal of Religion and Health, 58(2), 527–536.
Studio EEG durante la recitazione silenziosa del Lord’s Prayer/Padre Nostro. Si tratta di un singolo caso e deve pertanto essere interpretato con prudenza.
PMID: 28929444 — DOI: 10.1007/s10943-017-0498-6.
PubMed: link diretto alla scheda PubMed riportato sotto l’articolo.
Nota metodologica: gli studi citati documentano correlati neurali della preghiera e dei comportamenti religiosi. Non dimostrano l’esistenza di Dio, non individuano una “zona cerebrale dell’illuminazione” e non provano una superiorità neurologica del cristianesimo rispetto ad altre tradizioni contemplative. Nel lavoro fMRI del 2009, gli effetti più marcati sulle aree della cognizione sociale riguardavano soprattutto la preghiera personale improvvisata; il Padre Nostro costituiva invece una delle condizioni di preghiera formalizzata.
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