A sua Immagine e Somiglianza...

Genesi 1,26-27

26 E Dio disse: «Facciamo l'uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza, e domini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul bestiame, su tutte le bestie selvatiche e su tutti i rettili che strisciano sulla terra».

27 Dio creò l'uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò;
maschio e femmina li creò.

C’è una domanda che dovremmo avere il coraggio di porci più spesso:

se continuiamo a pensare Dio soltanto con le parole di ieri, siamo ancora cercatori o siamo diventati semplicemente custodi?

Non si tratta di rinnegare il passato.

Sarebbe ingenuo.

La teologia, la filosofia, la tradizione hanno costruito ponti attraverso i quali intere generazioni hanno tentato di avvicinarsi al Mistero.

Ma un ponte non è la destinazione.

E soprattutto Dio, se davvero è Dio, non può essere rinchiuso definitivamente nelle parole con cui un’epoca ha cercato di comprenderlo.

Ogni pensiero nasce dentro un tempo.
Dentro una lingua.
Dentro una cultura.

Dentro lo sguardo di uomini che osservavano il mondo da un punto preciso della storia.

Noi oggi siamo altrove.

Non necessariamente più avanti.
Non necessariamente migliori.

Semplicemente altrove.

E questo cambia tutto.

Perché ogni secondo che chiamiamo convenzionalmente “tempo” contiene già una trasformazione.

Il corpo cambia.
La materia cambia.
Il pensiero cambia.
Le relazioni cambiano.

Cambiamo perfino mentre affermiamo di essere gli stessi.

Forse l’unica vera immobilità è quella che costruiamo nella nostra mente per proteggerci dal movimento.

perché il nostro modo di interrogare Dio dovrebbe essere l’unica cosa destinata a non cambiare mai?

Il sole è sempre lo stesso.

Eppure nessuna alba possiede esattamente il colore della precedente.

La luce rimane.
Cambia il cielo che la riceve.

Forse accade qualcosa di simile anche nel nostro rapporto con il divino.

La Verità potrebbe persino essere eterna.

Ma noi non siamo eternamente nello stesso punto dal quale la guardiamo.

Ed è da qui che nasce una mia riflessione.

Non una nuova dottrina.
Non una pretesa teologica.

Una domanda.

E se tutta la vita passasse attraverso il Cristo?

Non soltanto nel senso religioso che abbiamo ricevuto.

Ma attraverso quella straordinaria dinamica che la figura del Cristo consegna all’uomo:

Passione
Morte
Resurrezione

Tre parole.

Tre movimenti.

Forse tre immagini di una stessa legge dell’esistenza.

Se osserviamo la vita senza fretta, infatti, qualcosa sembra continuamente ripetersi.

Qualcosa ci accende.
Qualcosa deve morire.
Qualcosa nasce.

E poi tutto ricomincia.

✠ Passione

Persino l’unione tra un uomo e una donna potrebbe essere osservata attraverso questa lente.

All’inizio c’è la Passione.

Non soltanto quella carnale.

La passione è innanzitutto ciò che rompe l’immobilità.

È il desiderio che ci sposta da noi stessi.

È l’altro che improvvisamente entra nel nostro orizzonte e ci costringe a uscire dalla fortezza dell’io.

Un volto.
Un corpo.
Una voce.
Una presenza.

Qualcosa ci chiama.

E noi ci muoviamo.

✠ Morte

Ma ogni autentico incontro porta inevitabilmente con sé anche una Morte.

Ed è forse questa la parte che preferiamo dimenticare.

Per amare davvero qualcuno, qualcosa di noi deve morire.

Deve morire l’illusione di poter appartenere soltanto a noi stessi.

Deve morire almeno una parte dell’ego che pretende di non cedere nulla.

Deve morire l’uomo che eravamo prima dell’incontro.

Non perché quell’uomo fosse sbagliato.

Ma perché non può rimanere identico dopo aver veramente incontrato un altro essere umano.

Ogni amore autentico contiene quindi un piccolo funerale.

E forse è proprio questo che lo rende così difficile.

Vogliamo amare senza perdere nulla.

Vogliamo unirci senza rinunciare a nulla.

Vogliamo cambiare senza lasciare morire ciò che eravamo.

Ma forse la vita non funziona così.

Forse nessuna autentica nascita avviene senza una qualche forma di morte.

La forza generatrice

Ed è qui che anche la castità potrebbe assumere un significato più profondo di quello semplicemente morale.

Non soltanto astensione.

Non soltanto rinuncia al peccato.

Ma orientamento della forza generatrice.

L’essere umano possiede una straordinaria capacità di generare.

Può generare attraverso la carne.
Può generare attraverso il pensiero.
Può generare attraverso l’amore.
Può generare attraverso un’opera.
Può generare attraverso il servizio.
Può generare attraverso lo spirito.

Chi rinuncia alla generazione carnale può scegliere di rivolgere quella stessa energia altrove.

Chi sceglie invece l’unione tra uomo e donna entra nel mistero della generazione attraverso il corpo.

Due direzioni differenti.

Non necessariamente una più alta e una più bassa.

Due forme differenti di fecondità.

✠ Resurrezione

Ed è qui che arriviamo alla Resurrezione.

Quando dall’unione di due esseri nasce un figlio, accade qualcosa che continua a lasciarmi senza parole.

Due corpi diventano passaggio per una vita che prima non esisteva.

Ma quella vita non appartiene veramente a loro.

I genitori non costruiscono un essere umano come si costruisce un oggetto.

Lo accolgono.
Lo attraversano.
Gli permettono di venire al mondo.

Un nuovo essere entra nella storia attraverso di loro, ma immediatamente comincia ad appartenere a se stesso.

Forse è questa una delle immagini più potenti della resurrezione terrena.

Non perché il figlio sia la resurrezione dei genitori.

Sarebbe riduttivo.

Ma perché attraverso qualcosa che viene ceduto, qualcosa che viene perduto e qualcosa che viene donato, appare nel mondo qualcosa che prima non c’era.

La vita attraversa la vita.

Una generazione consegna qualcosa alla successiva.
E poi lentamente scompare.
Mentre un’altra avanza.

Da migliaia di anni.

Dal primo gemito dell’uomo sulla terra.

Fino al bambino che nascerà questa notte da qualche parte nel mondo.

E se la Resurrezione non fosse un punto finale?

E se invece fosse un passaggio?

Una soglia?

L’inizio del movimento successivo?

Perché anche ciò che rinasce, prima o poi, incontrerà una nuova passione.

E quella passione produrrà una nuova trasformazione.

E qualcosa dovrà nuovamente morire.

Perché qualcos’altro possa ancora nascere.

La vita non sarebbe soltanto:
Passione → Morte → Resurrezione.
Sarebbe piuttosto:
Passione → Morte → Resurrezione →
Passione → Morte → Resurrezione…

Non una linea.

Una spirale.

Torniamo continuamente vicino agli stessi luoghi dell’esistenza.

L’amore.
La paura.
Il desiderio.
La perdita.
La speranza.
La morte.

Ma non ci torniamo mai esattamente come prima.

Ogni giro della spirale ci trova differenti.

Il bambino muore simbolicamente perché possa nascere l’adolescente.

L’adolescente deve lasciare spazio all’adulto.

L’uomo che viveva soltanto per se stesso cambia quando diventa padre.

Una convinzione muore quando nasce una comprensione più ampia.

Una relazione termina e costringe qualcuno a incontrare una parte di sé che non conosceva.

Una certezza crolla.

Un’identità si spezza.

Qualcosa finisce.

E proprio nel luogo dove pensavamo ci fosse soltanto una fine, lentamente comincia a comparire una forma nuova.

Cristo come specchio radicale del movimento umano

Forse Cristo, allora, potrebbe essere contemplato non soltanto come colui al quale accadde qualcosa duemila anni fa.

Forse il Cristo potrebbe essere anche lo specchio radicale del movimento umano.

Ci mostra qualcosa che continuiamo a vivere:

essere chiamati,
perdere,
attraversare,
morire,
rinascere.

Ancora.
E ancora.
E ancora.

Non so se questa interpretazione sia vera.

E forse la domanda stessa è sbagliata.

So però che oggi riesco a guardare quel Mistero da questo punto della mia vita.

Domani potrei trovarmi altrove.

E non considero questa possibilità una debolezza.

La considero forse la parte più autentica della ricerca.

Perché chi cerca veramente non dovrebbe avere paura di cambiare posizione.

Dovrebbe avere paura, semmai, di convincersi di essere arrivato.

Il sole sarà ancora lì domani mattina.

Ma il cielo avrà un altro colore.

E probabilmente anche noi avremo occhi leggermente diversi con cui guardarlo.

La Verità può forse rimanere eterna.

Ma l’uomo che la contempla non rimane mai lo stesso.

Ed è forse proprio lì, nel continuo morire di ciò che crediamo di essere e nel continuo nascere di ciò che ancora non conosciamo, che si nasconde uno dei significati più profondi della parola:

RESURREZIONE.

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