# La società dello stadio: e se ci avessero insegnato a vincere nel modo sbagliato?
a vincere nel modo sbagliato?
Mi guardo intorno e mi viene un dubbio semplice.
Amiamo il calcio. Amiamo lo sport agonistico. Amiamo la gara, il risultato, la classifica, la coppa alzata al cielo.
Ci emozioniamo quando qualcuno vince.
Ma proviamo per un momento a osservare tutto da fuori.
qualcun altro deve necessariamente perdere.
Durante una partita desideriamo che l’avversario sbagli.
Che perda il pallone.
Che il suo tiro finisca fuori.
Che fallisca un rigore.
Che arrivi secondo.
In altre parole, almeno per quei novanta minuti, il nostro piacere dipende anche dal fallimento del desiderio di qualcun altro.
È il gioco, diremo.
Certo.
Ma proprio perché è il gioco, forse vale la pena chiedersi quale idea stia allenando dentro di noi.
«Devi batterlo».
Subito dopo:
«Devi rispettarlo».
Ed eccolo, il paradosso.
Prima costruiamo l’avversario.
Poi chiediamo di non considerarlo un nemico.
Prima alimentiamo il desiderio di prevalere.
Poi pretendiamo che quella tensione rimanga perfettamente educata, composta, sportiva.
e poi ci stupiamo se qualche volta brucia.
E se lo stadio fosse una metafora della società?
Immaginiamo per un momento che la società sia un enorme stadio.
Nasciamo.
Qualcuno ci mette una maglia addosso.
Poi ci dice:
— Corri.
— Verso dove?
— Davanti agli altri.
— Perché?
— Per arrivare primo.
— E se arrivo primo?
— Hai vinto.
— E se arrivo secondo?
— Devi migliorare.
Poi cresciamo.
E quella grammatica esce dallo stadio.
Entra nella scuola.
Nel lavoro.
Nella carriera.
Nel denaro.
Nella reputazione.
Nella visibilità.
Perfino nelle relazioni.
«Chi sono?»
e cominciamo a domandarci
«Dove sono rispetto agli altri?»
E questa differenza è enorme.
Una società che ha bisogno degli sconfitti
Una società costruita interamente come un campionato ha bisogno di una cosa molto precisa:
Senza qualcuno sotto, qualcun altro non può sentirsi sopra.
Senza qualcuno che perde, la vittoria perde perfino parte del proprio significato.
Ed ecco una domanda che raramente ci facciamo:
attraverso la distanza dagli altri?
Se guadagno più di te, sto meglio.
Se arrivo prima di te, sono migliore.
Se vengo scelto e tu no, ho vinto.
Se ho più seguito, più riconoscimento, più risultati, allora valgo di più.
Ma davvero il valore umano funziona così?
Oppure abbiamo preso una regola utile per organizzare una partita e l’abbiamo lentamente trasformata in una filosofia dell’esistenza?
E poi ci stupiamo della violenza
Qui bisogna evitare le semplificazioni.
Lo sport non è automaticamente violenza.
Può insegnare disciplina, sacrificio, collaborazione, controllo, rispetto delle regole e gestione della frustrazione.
Può essere straordinario.
Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il linguaggio che utilizziamo continuamente intorno alla competizione.
ANNIENTARE · DISTRUGGERE L’AVVERSARIO
Sono metafore, naturalmente.
Ma le metafore non sono innocenti.
Creano immagini.
Costruiscono una grammatica emotiva.
Ci insegnano, lentamente, come interpretare ciò che abbiamo davanti.
Forse allora non dovremmo domandarci soltanto:
Forse la domanda precedente è ancora più importante:
E se avessimo frainteso la competizione?
C’è però un’altra possibilità.
Forse l’avversario non deve essere colui che devo rendere più piccolo per sentirmi più grande.
Potrebbe essere esattamente il contrario.
Un grande tennista ha bisogno di un grande avversario.
Una squadra cresce davvero quando incontra un’altra squadra capace di metterla in difficoltà.
Un atleta scopre nuovi limiti perché qualcuno, accanto a lui, prova a superarli.
Ed ecco che il significato della gara cambia completamente.
Sembrano due frasi simili.
In realtà descrivono due società completamente diverse.
La prima ha bisogno di qualcuno sotto.
La seconda ha bisogno di qualcuno accanto.
senza avere bisogno che qualcun altro diventi peggiore.
E proprio per questo, la più umana.
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