Scrivo e sopravvivo... A te Leonardo e a te Luca
Scrivo e sopravvivo.
E mentre scrivo, il pensiero prende lentamente la forma delle lettere.
Forse è proprio questo uno dei motivi per cui continuiamo a scrivere:
dare una forma visibile a qualcosa che, fino a un istante prima,
esisteva soltanto dentro di noi.
Quando la vita non segue ciò che crediamo di desiderare
La vita non sempre procede nella direzione che avevamo immaginato.
E forse non accade necessariamente perché abbiamo fallito o perché qualcosa ci sia stato negato.
Forse, semplicemente, quello che credevamo essere il nostro desiderio non era davvero una nostra ragione di vita.
Potrebbe essere stato un percorso impresso nel tempo da altri: dalla famiglia, dall'ambiente nel quale siamo cresciuti, dalle convenzioni sociali, dalle aspettative, dai modelli che abbiamo osservato e assorbito.
Una sorta di dottrina silenziosa, mai dichiarata apertamente, ma lentamente interiorizzata fino al punto da confonderla con la nostra stessa volontà.
Desiderare ciò che ci è stato insegnato a desiderare
Crescendo impariamo molto presto che cosa dovremmo desiderare.
Dovremmo raggiungere determinati obiettivi. Dovremmo scegliere determinati percorsi. Dovremmo costruire una certa idea di successo, di relazione, di sicurezza, persino di felicità.
E così può accadere qualcosa di curioso:
inseguiamo per anni qualcosa convinti che ci appartenga, senza domandarci mai chi abbia messo quel desiderio dentro di noi.
Fino a quando la vita devia.
E ciò che inizialmente percepiamo come una perdita, una sconfitta o un errore può trasformarsi in una domanda.
Era davvero questo ciò che volevo?
Oppure stavo soltanto cercando di essere fedele all'immagine di me che avevo imparato a costruire?
La voce più antica
C'è poi qualcosa di ancora più difficile da nominare.
Una parte di noi che sembra precedere le aspettative, i ruoli e le costruzioni che abbiamo accumulato nel tempo.
Potremmo chiamarla indole. Potremmo chiamarla natura. Potremmo chiamarla coscienza.
Io preferisco chiamarla anima.
Un'anima nutrita da una memoria antica, non necessariamente fatta di ricordi precisi, ma di percezioni, inclinazioni, richiami, sensazioni difficili da spiegare razionalmente.
E forse la vera difficoltà della vita consiste proprio nel distinguere questa voce da tutte quelle che abbiamo assorbito successivamente.
Nel tratto finale del film
Nel tratto finale del film emerge, almeno per me, proprio questo conflitto.
La distanza tra ciò che crediamo di dover essere e ciò che lentamente scopriamo di essere davvero.
Tra il desiderio costruito e quello autentico.
Tra la vita immaginata e quella che, spesso attraverso strade inattese, prova a riportarci verso noi stessi.
Forse perdere una strada significa ritrovarne un'altra
Ci sono momenti in cui la vita sembra portarci lontano da quello che avevamo programmato.
E siamo portati a pensare che qualcosa sia andato storto.
Ma non possiamo sapere se quella deviazione sia davvero un errore.
Forse alcune strade devono interrompersi perché continuiamo a percorrerle soltanto per abitudine.
Forse alcuni desideri devono svanire perché non erano realmente nostri.
E forse certe perdite non ci stanno togliendo qualcosa: ci stanno lentamente liberando da ciò che avevamo scambiato per la nostra identità.
La domanda, allora, non è soltanto: «Ho ottenuto ciò che desideravo?»
Forse la domanda più difficile è: «Era veramente mio quel desiderio?»
Scrivo e sopravvivo.
E forse, parola dopo parola, provo semplicemente a riconoscere ciò che appartiene davvero a me da ciò che il tempo, gli altri e la paura hanno scritto al posto mio.
Una riflessione sul desiderio, sulla memoria e sulla ricerca di una libertà interiore autentica.
Daniele aKa DuNdIdU
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